martes, 7 de junio de 2011

Manifesto Futurista della Lussuria



Manifesto futurista della Lussuria.

11 Gennaio 1913.

RISPOSTA ai giornalisti disonesti che mutilano le frasi per render
ridicola l'Idea;

alle donne che pensano quello che ho osato dire;

a coloro pei quali la Lussuria non è ancora altro che peccato;

a tutti coloro che nella Lussuria raggiungono solo il Vizio, come
nell'Orgoglio raggiungono solo la Vanità.

La Lussuria, concepita fuor di ogni concetto morale e come elemento essenziale del dinamismo della vita, è una forza.

Per una razza forte, la lussuria non è, più che non lo sia l'orgoglio, un peccato capitale. Come l'orgoglio, la lussuria è una virtù incitatrice, un focolare al quale si alimentano le energie.

La Lussuria è l'espressione di un essere proiettato al di là di sè stesso; è la gioia dolorosa d'una carne il dolore gaudioso di uno sbocciare; è l'unione carnale, quali si siano i segreti che uniscono gli esseri; è la sintesi sensoria e sensuale di un essere per la maggior liberazione del proprio spirito; è la comunione d'una particella dell'umanità con tutta la sensualità della terra; è il brivido pànico di una particella della terra.

LA LUSSURIA È LA RICERCA CARNALE DELL'IGNOTO, come la Cerebralità ne è la ricerca spirituale. La Lussuria è il gesto di creare, ed è la Creazione.

La carne crea come lo spirito crea. La loro creazione di fronte all'Universo è uguale. L'una non è superiore all'altra, e la creazione spirituale dipende dalla creazione carnale.

Noi abbiamo un corpo e uno spirito. Restringere l'uno per moltiplicare l'altro è una prova di debolezza e un errore. Un essere forte deve realizzare tutte le sue possibilità carnali e spirituali. La Lussuria è pei conquistatori un tributo che loro è dovuto. Dopo una battaglia nella quale sono morti degli uomini, È NORMALE CHE I VINCITORI, SELEZIONATI DALLA GUERRA, GIUNGANO FINO ALLO STUPRO, NEL PAESE CONQUISTATO, PER RICREARE DELLA VITA.

Dopo le battaglie, i soldati amano le voluttà, in cui si snodano, per rinnovarsi, le loro energie incessantemente assaltanti. L'eroe moderno, eroe di qualsiasi dominio, ha lo stesso desiderio e lo stesso piacere. L'artista, questo grande medium universale, ha lo stesso bisogno. Anche l'esaltazione degl'illuminati di religioni abbastanza nuove perchè ciò che contengono d'ignoto sia tentatore, non è altro che una sensualità sviata, spiritualmente, verso un'immagine femminile sacra.

L'ARTE E LA GUERRA SONO LE GRANDI MANIFESTAZIONI DELLA SENSUALITÀ; LA LUSSURIA È IL LORO FIORE. Un popolo esclusivamente spiritualista o un popolo esclusivamente lussurioso sarebbero condannati alla stessa decadenza: la sterilità.

LA LUSSURIA INCITA LE ENERGIE E SCATENA LE FORZE. Essa spingeva spietatamente gli uomini primitivi alla vittoria, per l'orgoglio di portare alla donna i trofei dei vinti. Essa spinge oggidì i grandi uomini d'affari che dirigono le banche, la stampa, i traffici internazionali, a moltiplicare l'oro creando dei centri, utilizzando delle energie, esaltando le folle, per adornarne, magnificarne l'oggetto della loro lussuria. Questi uomini, affaticati ma forti, trovano tempo per la lussuria, motore principale delle loro azioni e delle reazioni di queste, ripercosse su moltitudini e mondi.

Anche presso i popoli nuovi, dove la sensualità è ancora scatenata o confessata, e che non sono dei bruti primitivi nè i raffinati delle vecchie civiltà, la donna è ugualmente il grande principio galvanizzante al quale tutto è offerto. Il culto riservato che l'uomo ha per lei non è che la spinta incosciente d'una lussuria ancora sonnecchiante. Presso questi popoli, come presso i popoli nordici, per ragioni diverse, la lussuria è quasi esclusivamente procreazione. Ma la lussuria, quali si siano gli aspetti sotto i quali si manifesta, detti normali od anormali, è sempre la suprema stimolatrice.

La vita brutale, la vita energica, la vita spirituale, in certi momenti esige una tregua. E lo sforzo per lo sforzo chiama fatalmente lo sforzo pel piacere. Senza nuocersi a vicenda, questi sforzi si completano e realizzano pienamente l'essere totale.

La lussuria è per gli eroi, pei creatori spirituali, per tutti i dominatori, l'esaltazione magnifica della loro forza; è per ogni essere un motivo di superarsi col semplice scopo di selezionarsi, d'esser notato, d'esser scelto, d'essere eletto.

Sola, la morale cristiana succedendo alla morale pagana, fu portata fatalmente a considerare la lussuria come una debolezza. Di quella gioia sana che è l'espansione d'una carne possente, essa ha fatto una vergogna da nascondere, un vizio da rinnegare. L'ha coperta d'ipocrisia, e questo ne ha fatto un peccato.

CESSIAMO DI SCHERNIRE IL DESIDERIO, questa attrazione ad un tempo sottile e brutale di due carni, qualunque sia il loro sesso, di due carni che si vogliono, tendendo verso l'unità. Cessiamo di schernire il Desiderio, camuffandolo con le vesti compassionevoli delle vecchie e sterili sentimentalità.

Non è la lussuria, che disgrega e dissolve ed annichila; sono piuttosto le ipnotizzanti complicazioni della sentimentalità, le gelosie artificiali, le parole che inebbriano e ingannano, il patetico delle separazioni e delle fedeltà eterne, le nostalgie letterarie: tutto l'istrionismo dell'amore.

DISTRUGGIAMO I SINISTRI STRACCI ROMANTICI, margherite sfogliate, duetti sotto la luna, tenerezze pesanti, falsi pudori ipocriti. Che gli esseri, avvicinati da un'attrazione fisica, invece di parlare esclusivamente delle fragilità dei loro cuori, osino esprimere i loro desideri, le preferenze dei loro corpi, e presentire le possibilità di gioia o di delusione della loro futura unione carnale.

Il pudore fisico, essenzialmente variabile secondo i tempi e i paesi, non ha che il valore effimero di una virtù sociale.

BISOGNA ESSERE COSCIENTI DAVANTI ALLA LUSSURIA. Bisogna fare ciò che un essere raffinato e intelligente fa di sè stesso e della propria vita; BISOGNA FARE DELLA LUSSURIA UN'OPERA D'ARTE. Fingere l'incoscienza, lo smarrimento, per spiegare un gesto d'amore, è ipocrisia, debolezza, stoltezza.

Bisogna volere coscientemente una carne come ogni cosa.

Invece di darsi e di prendere (par coup de foudre, per delirio o incoscienza) degli esseri forzatamente moltiplicati dalle illusioni inevitabili degl'indomani imprevisti, bisogna sceglier sapientemente. Bisogna—guidati dall'intuizione e dalla volontà—valutare le sensibilità e le sensualità, e non accoppiare e non compiere se non quelle che possono completarsi ed esaltarsi.

Con la stessa coscienza e la stessa volontà direttrice, si devono condurre al parossismo le gioie di questo accoppiamento, sviluppare tutte le possibilità e far sbocciare tutti i fiori dai germi delle carni unite. Si deve fare della lussuria un'opera d'arte fatta, come ogni opera d'arte, d'istinto e di coscienza.

BISOGNA SPOGLIARE LA LUSSURIA DI TUTTI I VELI SENTIMENTALI CHE LA DEFORMANO. Solo per viltà furono gettati su di essa tutti questi veli, poichè il sentimentalismo statico è soddisfacente. Nel sentimentalismo ci si riposa, dunque ci si diminuisce.

In un essere sano e giovane, ogni volta che la lussuria è in opposizione con la sentimentalità, la lussuria vince. La sentimentalità segue le mode, la lussuria è eterna. La lussuria trionfa, perchè è l'esaltazione gaudiosa che spinge l'essere al di là di sè stesso, la gioia del possesso e della dominazione, la perpetua vittoria da cui rinasce la perpetua battaglia, l'ebbrezza di conquista più inebbriante e più sicura. E questa conquista sicura è temporanea, dunque da cominciare incessantemente.

La Lussuria è una forza, perchè affina lo spirito col far fiammeggiare il turbamento della carne. Da una carne sana, forte, purificata dall'amplesso, lo spirito balza lucido e chiaro. Solo i deboli e gli ammalati vi si impantanano vi si diminuiscono. E la lussuria è una forza, poichè uccide i deboli ed esalta i forti, cooperando alla selezione.

La Lussuria è una forza, infine, perchè non conduce mai all'insipidezza del definitivo e della sicurezza che vengono dispensate dalla pacificante sentimentalità. La lussuria è la perpetua battaglia mai vinta. Dopo il passeggiero trionfo, nello stesso effimero trionfo, è l'insoddisfazione rinascente che spinge l'essere, in una orgiastica volontà, ad espandersi e a superarsi.

La Lussuria è pel corpo ciò che lo scopo ideale è per lo spirito: la Chimera magnifica, sempre afferrata mai presa, e che gli esseri giovani e quelli avidi, inebbriati di lei, inseguono senza posa.

LA LUSSURIA È UNA FORZA.



VALENTINE DE SAINT-POINT

Golf In The Year 2000




On entering the hall we moved across it into another not quite so large, in which there were a great many men hanging about.

“We must see if we can get you the loan of a set of clubs and a coat,” said Adams, crossing the hall. He soon returned.

“It’s all right,” he said “young Lawson is laid up just now, so you can have his clubs and his coat as well; it will just fit you; you’re both much about the same make. Come along and we’ll try it on.”

We went into a long-shaped room with mirrors running down the centre of it, and boxes all round the sides. Mr. Adams went up to one of the boxes, and, opening it, produced a coat which he helped me on with.

It fitted perfectly, and felt nice and easy to golf in. We went back into the hall and forward to a large window, at which most of the men were congregated. The reason was that the teeing ground was just in front, and on a large board facing the window was the name of the man whose turn it was to play. As soon as each name was put up on the board a voice just above the window called it out in loud, clear tones. This, I afterwards discovered, was not a human voice, but was produced by the phonograph
and worked in conjunction with the board outside. At every change of name a little bell sounded.

I was struck with the amount of order and the quietness with which everything was carried out. No one was on the teeing ground except the player and his opponent. Not even a caddie. On my remarking upon this to my friend, he replied:
“Oh, yes, they have their caddies; there they go.”

Two players had just driven off and were leaving the teeing ground, and sure enough behind each followed what I supposed was the caddies Mr. Adams spoke of; a perpendicular rod about four feet long, supported on three wheels, the whole rather resembling a small tricycle with a small mast stepped where the saddle should have been. This rod was weighted at the foot and hung on the wheels, so that it was always perpendicular, however steep the gradient it was going up or down. On this contrivance the clubs were carried, and the players seemed to drag the whole affair after them. It seemed to me a poor substitute for the good old-fashioned caddie, about whom so many stories are told, and who were always ready with advice, and good advice too. My nineteenthcentury memory recalled a lad who, one morning, on each successive putting-green, showed me the line to the hole by saying it lay “owre that yelley fleur.” I may mention that there was not a “yelley fleur” on the whole links; and that my friend was not a teetotaler.

As we watched this couple and their queer mechanical caddies the voice shouted "Walter Adams,” and simultaneously his name appeared on the board outside. “Come on,” he said, “it’s our turn.”

We went down a broad flight of steps on to the green. At the foot of the steps we were met by two caddies—for I suppose I must give the things the old name. They had come from immediately below the room we had been in; but they didn’t require to be drawn or indeed worked in any way. They simply followed wherever we went, at a distance of twelve feet or so, and regulated themselves to our pace, stopped when
we stopped, and so on. Their wheels shot out spikes when necessary, so that they might not slip going up steep bits, or through bunkers and places of that kind. My friend explained that we had a sort of magnet behind our jackets which attracted them, but at the same time did not allow them to come nearer than the twelve feet before mentioned. Of course you could go up to them when they had stopped; but when you moved on they remained stationary until you were the twelve feet away, and not till then did they follow.

Each carried its clubs in an oblong box, where they lay with the heads exposed, as in my own time. I took out what I supposed was a driver. It was a very powerful weapon with a remarkably thin shaft, which, on closer inspection, turned out to be made of steel—indeed the head, too, was made of that metal. The shaft terminated in a little white disc, under glass, with figures on it and a hand like the face of a very small watch.

There was another small disc on the sole of the club. This one was, however, quite plain. My friend, seeing my look of astonishment, said:
“Ah! I thought we would show you something new in the way of clubs. What do you think of that, eh?”

“It seems a wonderful weapon,” I replied; “but what are all those dials for?”

‘That one,” he said, pointing to the one at the top of the shaft, “registers every stroke you take with the club. It is on every club, and as the strokes you have taken with each club are registered, the total of the set is your score for the round. At the end of the round your clubs are handed in to the secretary, who with his clerks counts the scores and awards the prize-money accordingly. You must understand that every day there is, so to speak, a competition. Every player pays five shillings before starting the round. This money is divided into two parts: one half goes to keep up the green, pay salaries, of which there are a good many,
taxes, & c.; the other half goes in prize-money. There is one scratch prize and about six handicap. We have got handicapping as near perfection as possible, for you see we have a record of every round a man plays, and by taking his average from day to day, and from week to week, we soon arrive at his right figure. Every man keeps an account with the secretary, and at the end of the week draws his winnings, that is to say, if he has any. Some men make quite a good thing of it.”

“You are very far advanced in golf, I see, as well as everything else. But what is this for?” I said, pointing to the dial on the sole of the club.

“Oh, that,” he answered, “registers the length of your drive—at least, of your carry. The head is a wonderful little piece of mechanism, with about as much work in it as in a watch. You see the face is slightly detached from the rest of the head; it is fixed to it by an immense number of small springs, which indeed almost fill the head, so that the propelling power of the club is greater than could be got from the shaft alone. But we must start. I think that couple in front are far enough ahead. Is the grip all right?” he added, looking at me.

“It’s rather thick,” I replied, “but it will do, I think.”

“Oh, we’ll soon put that all right,” he said. He took my club, and, screwing something at the top, reduced the grip. The balls, which didn’t seem, judging from appearances, to have undergone any marked change, having been teed, my companion motioned me to drive.

I addressed myself to the ball, and in the middle of my swing a voice which seemed to come from close behind me called out “Fore,” in a way that quite put me off, and made me top my ball.

“Sir,” I said, turning quickly round to my companion, for he was the only other person on the ground, “it was not customary in my day to speak when a player was addressing himself to his ball, much less to shout ‘Fore’ in the middle of his swing.”

Mr Adams said nothing. He only smiled, and, taking a club, prepared to drive off. In the middle of his swing he again called out “Fore,” much to my astonishment.

“Is this a new rule?” I asked him. “Must you always call ‘Fore’ in the middle of your swing?”

“I didn’t call ‘Fore,’ he answered, with a twinkle in his eye. I felt very much inclined to call him a liar, but restrained myself. We moved on, followed by our peculiar caddies. We were not long in coming to my ball which I had topped. I looked at it and then at my clubs. To tell the truth I was not very sure which one to take, some were of such curious shapes.

“That’s your club,” said Mr. Adams, taking from my set a club with a funny-looking oblong sort of head. It seemed to have been put on the wrong way, and you hit with its nose. A small bit also projected behind, making it something like a polo-stick on a small scale. I took this weapon, and again, in the middle of my swing, there came a shout of “Fore,” which of course gave me such a start that I missed my shot once more. I fairly lost my temper this time.

“What do you mean by trying to put me off in this manner?” I shouted. “If that’s the way you win your golf matches nowadays, the less I know of golf in the year 2000 the better.”

“Take it easy,” Adams replied, with another laugh, “and I'll explain.”

“Explain!” I said “I don’t see what there is to explain.”

“That long sleep of yours has evidently not destroyed your temper,” he said, with a quiet smile; “but as I said before, I did not call ‘Fore’ in fact, I believe it’s years since I called ‘Fore’ while golfing. You take a swing without hitting the ball; watch me instead, and see if I speak.”

I did so and sure enough the voice again shouted “Fore;” but it evidently wasn’t my companion’s doing, as his lips had remained tightly closed.

Somehow the sound seemed to come actually from myself. I was more puzzled than ever. Adams burst out laughing at my look of amazement.

“My dear fellow,” he said, still laughing, “it’s your jacket. Another new invention for you. The sound comes from under your arms when you swing. It acts like a concertina: draws the air in when you take the club back, and when you bring the club down out comes the voice.”

“Well,” I said, “you have certainly brought golf to a nice pass. The clubs keep their own score; your jacket shouts ‘Fore,’ your caddie keeps his mouth shut—everything seems to be turned topsy-turvy. You ought to have an invention for swinging the club, and all you would have to do operations.”

“Oh, it’s not quite so bad as that yet,” he answered ; “but there’s no saying what it will come to.”

The course at St. Andrews was not what it was in my day. All the whins had disappeared, and we played, going out, along by the sea, and came in on the old course, though it had been entirely re-planned. I need not go over the round: suffice it to say I ‘got my licks’—I won’t tell you by how many. There were still eighteen holes in the round, though much longer ones than I had been accustomed to, and I wasn’t sorry to get to the last. But like every golfer, I must have excuses for my bad play. To begin with, that beastly jacket was one—and a very good one—it was always putting me off. My companion soothingly explained that it might be some little time ere I got used to it; and that when I once did so I would never notice the sound. He said that, for his own part, sometimes he never even heard it. I thought to myself it wouldn’t be a bad plan at first to stuff one’s ears with cotton wool or something of that sort to deaden the sound.

And the clubs—a queerer collection I never saw. As I said before, they were all made in one piece, and were of steel. The faces all protruded about half an inch beyond the place where the shaft and head met. The heads were very small, which gave the clubs the appearance of hammers, and some looked as if you could reverse them and play lefthanded. Of course, though the clubs were entirely of steel, they were painted so that they did not look so very unlike the old tools. There were no irons in the set—at least, what nineteenth-century people understand as irons. Golfers seemed to have gone back to the old baffy in a sort of way.

The heads of the clubs they played approaches with were larger, the faces very much laid back, and slanting diagonally across the head. To look at these you would imagine you would slice everything. My companion showed me how to use them in order to put a cut on the ball and stop it. He himself did it wonderfully, laying a ball quite dead if he chose. But the niblick was the funniest of the lot. It had a double head, and when you swung it, it revolved like the paddle-wheel of a steamboat,
only very much faster. You addressed the ball with the one head, while the other came up behind the shaft, it being of course quite stationary.

As soon as you swung the club the two heads began to revolve—the opposite way from a paddle-wheel, of course—and threw the ball out of the bunker, with no end of sand. You had to look out for your eyes if there was any wind.

I must not forget the balls—they are quite worthy of description. To all appearance, as I have said, they were the same as we used in ’92; but though innocent enough to look at, they had more work in them than even the heads of the clubs. In the centre of the ball was a small chamber of compressed air; outside that was a rim of some hard substance like gutta-percha, about a quarter of an inch thick; then came the shell of the ball, which was made up of oblong little blocks, of the same hard, white
substance before mentioned. These blocks were each separate, and fixed to the inside layer by strong springs—four springs to every single square—crossing each other. When they were all fixed on the ball quite resembled one of the old-fashioned gutties. Even handling them you did not detect the difference, and the flying power was extraordinary.

So you see that with all those new inventions taken into account, it was hardly to be expected I could play much of a game to start with. Adams had taught me a thing or two after all, but I determined to get into form, accustom myself to the new clubs, and see if I couldn’t turn the tables on him. “It’s not the clubs that make the golfer, after all,” I said to myself, consolingly.

J. McCullough
Golf in the Year 2000
(1892)

domingo, 5 de junio de 2011

Auto de la mujer barbuda








Esta mujer barbuda era la única hija del cuarto herrero del rey Donteach de Irlanda, y se llamaba Scianabhan, que se traduce por «la joya de las mujeres». Y no bien fue bautizada, barbeó. Barbeó espeso y seguido, de la parte izquierda del rostro sedoso pelo verde, y de la parte de la derecha, crespo pelo rojo. Y era muy admirada, y la casa del herrero visitada por los reyes cuando iban a Tara a juntas, y por multitud de gentes de toda condición, que no se cansaban de alabar a la barbuda, la cual crecía muy gentil y donairosa, y era cortés y sonreía a todos, y aprendió a tocar el arpa y era maestra en el arte del bordado. Pero la barba le vedaba el amor. No había en toda Irlanda príncipe, guerrero, mendigo, labriego ni remador que osase enamorarla ni pedirla en matrimonio aun reconociendo sus altas prendas, la gentileza de su cuerpo, la dulzura de su mirar y de su voz, y la hermosura de sus manos, y las riquezas que llevaría de dote, y todo por la barba. Y ya se ponía Scianabhan en los veintinueve años cumplidos para San David, y comenzaba a entristecer. Y de librarse de la barba ni había que hablar, que cuanto más la afeitaba más fácilmente le medraba, y en unas horas le poblaba otra vez el rostro que acababa de rasurar con piedra pómez. Ya no cantaba Scianabhan acompañándose con el arpa, que lloraban ella y el arpa a la vez.

Pero llegó amor. Aconteció que pasó por delante de la casa del cuarto herrero un mozo que se llamaba Achy -es decir, Nuca Roja-, y vio a la barbuda en la ventana, bordando un chaleco de lana para un ruiseñor amigo que tenía, y que ya iba viejo, el vespertino cantor del bosque, y lo enfermaban los inviernos. Contestó la barbuda muy dulce al alegre saludo del mozo, quien, sin pensarlo más, entró en la fragua, y preguntó a un criado que allí estaba tirando del fuelle, si aquélla era la famosa hija del cuarto herrero, y si seguía soltera. De sí dijo Achy que tenía una yegua paridera en un prado vecino a Dublín que llaman Bregia, y dos calendas en un molino en el Connaught, y que su oficio era botonero, y allí mismo, delante del cuarto herrero y de su hija, hizo de un cuerno de buey una botonadura completa de gabán, imitando los botones tréboles de cuatro hojas. El cuarto herrero y su hija encontraron al mozo muy de su gusto, y lo aposentaron en la herrería, que dijo que quería imponerse del carácter de aquella prenda antes de pasar a matrimonio.

Toda Irlanda comentó los amores que le salían a la barbuda, y el botonero cada día estaba más contento de haber encontrado aquella joya, y ya hablaba de casarse para San Martín en Cork. Pasó camino de Tara, adonde iba a oír un concierto de arpa, el rey Chiuas Haistig, o sea, Oreja Chata, que era uno de los más notorios entre los doscientos cuarenta y siete reyes que había por entonces en Irlanda, y quiso saludar a los novios, y saliendo al campo tras el almuerzo, a solas con el mozo botonero, le preguntó cómo se había enamorado de la barbuda y si aquellos coloreados pelos no eran impedimento de amor. Y el mozo botonero contestó:

-Me enamoré, señor rey, al verla en la ventana bordando, y me pareció que tenía el hermoso rostro, apoyando la mejilla izquierda en él, descansando en un trozo de verde prado que volase en la mañana por el aire, y al volverse hacia mí, para responder a mi saludo, vi que del lado derecho se había ruborizado.

-Entonces -insistió el rey-, ¿no viste que aquello era barba de dos colores?

-No me dio tiempo amor para ver tanto, cuantimás que todo se me era mirar cómo venía su dulce voz a buscarme por el aire.

El rey Chiuas Haistig, que era hijo de una bruja del mismo nombre, fue aquella misma noche a ver a su madre, y le contó su conversación con el botonero enamorado, y le preguntó si no habría remedio para la gran barba de la hija del cuarto herrero. Lo había, y era plantar un guisante de olor envuelto en una onza de tierra de bosque en la espesura de la barba, y conforme fuese creciendo el guisante iría alimentándose de pelo, tal que en llegando a florecer, la barba estaría borrada del rostro de la lozana barbuda. Oreja Chata le mandó la noticia con un guisante de olor al botonero, deseándole eterno amor, felices bodas y abundante prole.

Pero aconteció que la medicina sólo surtía efecto si estaba la moza que la usaba en su virginidad, que de andar alzándose en el sexto, sería remedio tan contrario que todo el cuerpo se le cubriría de vello. No bien comenzó a arraigar el guisante, comenzó a vestirse de pelo todo el cuerpo de la moza y era pelo tocudo, semejante al que embraga en el vacuno del monte, y sudoroso. Y el botonero se asustó de tanta fealdad, y huyó a Francia, buscando emplearse en Aquisgrán, en el guardarropa de los Doce Pares. Scianabhan quedaba preñada de cinco meses y días, y por no delatarse ante toda Irlanda, que estaba pendiente de sus amores, pasó de oculto a Gran Bretaña con una nodriza, y en la selva de Dartmoor parió un niño, al que le fue puesto de nombre Merlín cuando recibió bautismo. Reinaba en ambas Bretañas Galaín el Perezoso, abuelo del rey perpetuo Arturo.


Alvaro Cunqueiro
Merlín y familia

viernes, 3 de junio de 2011

Le Roman de la Femme à Barbe




Je soulevai le rideau rouge à galons jaunes qui clôturait le sanctuaire du phénomène, et je pénétrai.

L'homme à la mèche en accroche-cœur m'avait suivi avèc un joyeux empressement, et s'adressant à la jeune et belle femme à barbe invisible, mais présente derrière la toile:

— Paraissez, mademoiselle! fit-il d'un ton respectueusement impératif.

Un nouveau rideau, — blanc, celui-là,— coula en bruissant le long de la tringle, et, sur une estrade légèrement exhaussée, j'aperçus la reine du lieu.

Assise sur un fauteuil dont la coupe remontait au premier Empire et l'étoffe au-delà peut-être, elle était vêtue d'une robe de tulle d'un rose qui se nuançait de noir de fumée.

La robe était rehaussée d'agréments en galons d´argent, qui essayaient de répondre par des étincelles aux agaceries impuissantes d'un quinquet à trois branches.

Les bras de Mademoiselle,—comme avait dit l'aboyeur, — étaient garnis d'un triple rang de bracelets où le cuivre et la verroterie avaient épuisé tous les raffinements de leurs combinaisons.

Ses épaules et sa poitrine, chastement décolletées, se teintaient de brun, grâce au duvet caractéristique dont la nature avait velouté leur surface.

Enfin, sur sa tête, le phénomène portait un turban qui évoquait, sans s'en douter, le souvenir des Turcs de tragédie ou de carnaval,— ce qui est tout un,— et d'où s'échappaient de chaque côté deux grandes anglaises châtain foncé, dont les ondoiements se mêlaient aux flots d'une barbe aussi épaisse, aussi longue, aussi souple, aussi brillante que l'avaient affirmé les promesses de la porte.

Et moi, saisi par l'imprévu de cet amalgame, je passais en revue l'ensemble de ce personnage sans classiflcation dans lequel se fusionnaient des réminiscences d'ingénue, de pacha et de vieille milady.

L'homme à l'accroche-cœur, qui jouissait de mon étonnement, me cligna de l'œil en m'apostrophant d'un:

« C'est un peu ça, hein?... » Où fermentaient bien des admirations contenues et passionnées.

Le sujet cependant s'était levé, m'avait salué, et, — avec un organe interlope comme tout le reste:

- Messieurs et dames (j'étais seul, mais que roulez-vous, l'habitude) Messieurs et dames, j'ai bien l'honneur de vous saluer.

Je suis native de Bourg-en-Bresse. Je suis âgée de vingt-trois ans, neuf mois et dix-sept jours. Bien faite, bien proportionnée, d'un physique que l'on dit agréable (ici le sujet baissa les yeux), j'ai reçu de la nature le don phénomènal et véritablement unique d'une magnifique barbe noire, telle que je ne crois pas qu'il y en ait une sur la surface du globe connu pour pouvoir lui rivaliser.

» Cette barbe mesure trente-quatre centimètres de longueur, vingt-sept de large. Remarquez, messieurs et dames, que le cou que je porte exprès décolleté, sans m'écarter des bienséances, est également gratifié d'un duvet qui n'est pas d'ordinaire l'apanage du beau sexe.

» Afin que tout un chacun soit à même de s'assurer que l'imposture ne joue chez moi aucun rôle, et que ma barbe m'appartient de naissance et par la volonté du Créateur, je vais avoir l'avantage de faire le tour de l'aimable société qui m'environne. (J'étais toujours seul, mais l'habitude! ) J'autorise les esprits sceptiques et malveillants, s'il s'en trouvait, à passer la main dans les boucles soyeuses de mon miraculeux appendice.

> De la sorte ils se persuaderont que rien n'est impossible à la nature et que l'intelligence humaine doit s'incliner devant les mystères qu'elle n'a pas la puissance de pénétrer dans leur secret... »

En achevant cette tirade, récitée comme une leçon, la jeune et belle femme à barbe descendit de son estrade.

D'un pas majestueux elle s'avança vers l'aimable compagnie, qui continuait à s'incarner uniquement en ma personne.

— Monsieur, fit-elle, désire-t-il s'assurer?...

Je ne pus dissimuler un mouvement d'âne dédaigneuse signification.

— Monsieur ne croit pas? monsieur me prend peut-être pour un homme travesti?...

J'essayai un geste de dénégation indécise.

— Oh! mon Dieu! vous n'êtes pas le seul, reprit le phénomène, et pourtant si vous saviez mon histoire vous verriez que...

Un soupir ponctua cette exclamation corroborée par un regard, levé sentimentalement vers 3e plafond de la barraque.

La réticence, le soupir, le regard piquaient triplement ma curiosité. D'ailleurs je me ressouvins de la promesse du compère à l´accroche-cœur -. « Vous pourrez causer avec le sujet! »

Pourquoi n'en pas profiter?

— Vous avez sans doute beaucoup voyagé? hasardai-je en manière de transition.

Le sujet ne m'écoutait pas, et se parlant à lui-même:

— Un homme! Le monde est bien tout le même... Ah! si j'avais été un homme, j'aurais moins souffert!

— Vous avez été malheureuse? questionnai-je de plus en plus intrigué.

— Ceci est mon secret, on ne le saura que plus tard, à ma mort, quand on trouvera les mémoires que j'ai retracés.

— Mademoiselle écrit... Alors, en qualité de confrère, je...

— Vous êtes homme de lettres? demanda vivement le phénomène. Une bien belle profession...

Ah! si je n'avais pas été ce que je suis, c'est là ce que j'aurais voulu être... seulement, vous comprenez, dans ma partie on ne s'appartient pas. On est trop au public. Aussi n'ai-je pu que jeter sur le papier des pensées et des impressions au jour le jour...

—Mais ce doit être fort intéressant, répondis-je en réprimant mal une affreuse envie de rire.

— C'est écrit avec le cœur, répliqua simplement la femme à barbe avec un nouveau soupir... Pour un homme du métier, comme vous, il y aurait quelque chose à en faire. Parce que, voyez-vous, généralement on se figure comme cela qu'un phénomène, cen'est bon qu'à être ce que ça est... on nous traite comme si nous n'avions ni intelligence ni sentiment. Mais, monsieur, moi qui vous parle, j'ai le culte des belles choses. J'ai lu tout M. Alexandre Dumas, tout Paul de Kock... et aussi M. Ponson du Terrail... un garçon qui travaille joliment... Moi, d'abord, il me va à l'âme... — Il serait bien heureux de vous entendre.

— C'est comme je vous le dis... Mainte et mainte fois j'ai eu envie de m'adonner à mon penchant. Malheureusement on ne doit pas avoir plusieurs vocations à la fois.

— La chose se voit pourtant continuellement. Tout le monde maintenant fait de la littérature en même temps que n'importe quoi.

— Possible, monsieur... Mais moi, il aurait fallu que je m'y livre tout entière, et comme mon art me réclamait... D'ailleurs, c'est un mal pour un bien... je me mettrais trop moi-même dans ce que j'écrirais...

A mesure que je pénétrais plus avant dans les confidences de la belle Bressanne, le besoin d'hilarité me torturait d'une façon plus impérieuse.

Néanmoins, me maintenant énergiquement:

— Avez-vous, interrogeai-je, conservé vos œuvres? —Oui, comme je vous l'ai dit... Des notes pour mes mémoires... Encore les ai-je interrompues depuis un certain jour dont jamais le souvenir s'effacera de ma pensée... J'ai juré de ne plus jamais toucher la plume!

— Au moins auriez-vous dû publier...

— Je ne vous dis pas non... seulement, dans ma position, je ne pouvais pas aller faire antichambre chez un libraire.

— Je suis certain que tous auraient été trop heureux de...

—Eh bien! tenez, monsieur, voulez-vous que je vous parle sans cérémonie1? Vous me revenez! Quoique vous ayez primitivement eu l'air de douter... Mes mémoires se chargeront de vous enlever ce soupçon-là... Vous me revenez, et puisque vous êtes homme de lettres... Pour de bon, au moins?

— Ma parole d'honneur!

— Attendez un peu...

A phénomène remonta lestement sur son estrade en me montrant l'autre moitè de sa robe
décolletée, de ses épaules veloutées et de son turban.

La femme à barbe ouvrit ensuite un petit coffre dont elle avait la clé dans sa poche, en tira un cahier de papier que le contact réitéré des mains de l'auteur avait notablement défraîchi, et, redescendant vers moi:

— Voilà!... Vous trouverez là ce que nul ne peut se vanter d'avoir jamais lu... la vie et les pensées intimes de la seule et unique femme à barbe... car les autres ne sont que des contrefaçons impudentes...

Je tendis la main vers le précieux manuscrit.

— Vous me promettez de le lire?

— En pouvez-vous douter? Je vous promets même de le faire imprimer.

— Passons mon nom... objecta vivement la femme à barbe... parce que, vous comprenez... ma famille...

— Rassurez-vous, je mettrai le mien.

— A la bonne heure !... Quant à l'original...

— C'est juste. Où pourrai-je vous le restituer?

— Dans deux mois, à la fête de Saint-Gloud... Entre les trois premiers arbres de l'avenue après le bassin... c'est là que je nie mets tous les ans...

— A Saint-Cloud, soit ! Et merci !...

— Vous verrez dans quelle pénible situation l'amour peut placer une pauvre femme, fit le phénomène sans prendre garde au témoignage de ma reconnaissance.

— Je le verrai dès ce soir, car je commencerai cette intéressante lecture aussitôt que je serai rentré.

— Surtout, pas de nom! me répéta en forme d'adieu la femme à barbe.

Puis, comme je voulais, en m'éloignant, payer mes dix centimes à l'aboyeur:

— Joseph, je te défends de recevoir... criat-elle... monsieur est un ami !...

A ces mots, Joseph, qui était déjà, durant le cours de notre conversation, venu voir ce qui Se passait dans l'intérieur de la barraque, Joseph, trouvant sans doute que j'avais abusé de la permission de causer, me regarda sournoisement.

Son regard était chargé de jalousie!...

Est-ce que?

Aussitôt rentré chez moi, je tins la promesse que j'avais faite au bas-bleu de la fête de Bellevue.

Je déployai son rouleau de papier.

Une fois que j'en eus parcouru trois lignes, je ne le quittai plus...


Pierre Véron
Le Roman de la Femme à Barbe (1872)

Je suis la Femme à Barbe (Lesbienne)



LA FEMME A BARBE

Je sortais de chez moi, un soir, quand ma concierge, me retenant dans l'ombre, me dit :

— Il vient de venir vous voir... un vieux homme, mal mis, tout drôle... vous savez... comme ceux que vous amenez quelquefois pour vos livres...

— Il a dit son nom?

— Il a dit, je crois, que c'était un colosse qui l'envoyait.

— Il fallait le laisser monter.

— Il avait l'air trop pauvre.

Mais tout d'un coup la concierge étendit la main et se tournant du côté de la rue Vavin :

— Tenez, là-bas, c'est lui qui passe.

Je regardai, et j'aperçus un vieillard éreinté, cassé, " qui marchait en s'appuyant sur un bâton. Il avait une veste grise sur laquelle pendait une espèce de sac bleu. Ses jambes flottaient dans un pantalon de toile effrangé, taché. Sa tête tremblait, sous un chapeau de chiffonnier. Sa main gauche caressait sa barbe grise.

Je l'eus bien vite rattrapé : je me fis connaître et lui demandai son nom.

L'inconnu me répondit :

— C'est M. S''' qui m'envoie.

Et relevant son visage, il me regarda, puis elle ajouta :

— Je Suis LA FEMME A BARBE.

J'attendais depuis quelques jours cette visite mais je ne croyais point avoir affaire à une culotte, et me trouver en face d'un homme. Je considérais avec une sorte d'effroi cette mascarade funèbre; je n'osais reconnaître un cœur de femme — qu'on m'avait dit aimante ! — sous le bourgeron de ce vieillard.

C'était Elle!

On devinait, malgré tout, son sexe au son grêle de sa voix, et la main qui caressait la barbe était encore grasse et belle.

Je l'avais connue en 1847, à l'époque des courses, sur la prairie de Mauves, à Nantes. Elle se montrait alors vêtue de velours, coiffée d'un diadème, chaussée de mules; elle avait la cheville fine et le mollet épais, toujours le sourire aux lèvres, l'éclair aux yeux.

Les collégiens se donnaient rendez-vous dans la baraque, il y avait des conciliabules, des paris, on causait amour et conformation... Le grand Chose disait que son cousin l'avait vue sans voile, et nous tenait essoufflés, haletants au récit de la visite. Ah ! sa jambe nous trottait dans la tête ; son menton et sa poitrine firent dans la classe de seconde bien des amoureux et des jaJoux. Seul, peut-être, avide de vérité, je prenais des notes et j'attendais que l'heure arrivât où je pourrais soulever d'une main sûre le caleçon qui couvrait ce mystère.

L'heure était venue.

Je ramenai le monstre chez moi. Il ou elle (comment dire?) elle ou il s'assit en face de moi et me raconta en trois mots son histoire.

Je ne mettrai pas de nom sous le portrait que je crayonne. En ne désignant personne, il me sera permis d'être explicite autant qu'elle fut sincère.

Elle ou il se maria d'assez bonne heure — avec un homme. Y eut-il au printemps de la vie des passions folles, coupables? Je ne sais. Il semblerait que, dans sa barbe, elle n'ait ruminé longtemps que l'envie defaire fortune, car, vers le milieu de sa vie, elle était riche.

— J'ai eu, me disait-elle, 80,000 francs de bijoux sur moi.

On voyageait alors à travers l'Europe, on était aimable et folle, on portait la moustache en croc, les seins en vedette.

La coquetterie, hélas! est sœur de la passion. De vouloir plaire à être tenté d'aimer, il n'y a qu'un pas : ce pas fut fait par la femme à barbe !

Je lui demandai bravement qui elle avait aimé, et comment elle entendait l'amour...

Elle hésita.

Puis elle répondit, baissant la tête, rattachant ses bretelles :

— Vous avez entendu parler de Chev..., l'ancien banquiste ?

— Celui qui a failli être maire dans la banlieue?

— Celui-là même... Je la regardai..

— Eh bien..., fit-elle en baissant de nouveau la tête.

— Eh bien?

Je croyais avoir compris, et lui tendais la perche ; elle la prit à rebours, et sa franchise m'emporta sur son aile loin, bien loin, dans un coin de Lesbos.

On ne me parla pas du mari, mais de l'épouse.

Rien n'est sacré pour un sapeur!

Voilà le monstre expliqué, trahi !

Elle mangea dans les hasards de cette vie tout ce qu'elle gagna en voyage, et les bijoux passèrent de ses mains dans celles de l'autre.

Une nuit, Mme Chev... mourut.

Le mari hérita et se trouva riche de toute la fortune qu'avait acquise ainsi sa femme; et Elle, le phénomène aux passions secrètes, enlaidie par la douleur, vieillie par le regret, repartit à travers les foires, sous le vent froid de la misère, traînant dans la boue et l'absinthe sa barbe grise.

Cela dure depuis longtemps. Elle a été ramassée et portée dans des hospices, recueillie dans des refuges. On l'a chassée parce qu'elle avait eu l'été de la SaintMartin de ses vices !

Et maintenant, vêtue comme je l'ai dit, habillée en homme, elle rôde dans les rues noires, glisse dans les cours sombres, portant dans le sac bleu qu'elle a au cou un jeu de cartes écorné, graisseux, avec lequel elle tire la bonne aventure, pour avoir le droit de demander l'aumône; les enfants s'écartent, les jeunes filles ont peur, et le poëte, pensant au Dante, dit :

Voilà le vieux sapeur qui revient de Lesbos !


Jules Vallès
LA RUE

jueves, 2 de junio de 2011

Les femmes à barbe




La femme à barbe



Quand le vilain paillasse eut fini sa parade,
J’entrai. Je vis alors debout sur une estrade
Une fille très grande en de pompeux atours
Que des gouttes de suif tachait comme des larmes.
Roide ainsi qu’un soldat qui présente les armes,
Elle avait le nez fort et courbé des vautours.
Elle était pourtant jeune – une barbe imposante
Lui couvrait le menton, noire, épaisse et luisante.
L’étonnement me prit, puis je voulus savoir !
Je l’invitai d’abord à dîner pour le soir.
Elle y vint, elle était habillée en jeune homme !
Un frisson singulier me courut sur la peau ;
La fille était fort laide et cet homme assez beau.


Moi, je m’assis en face un peu timide, et comme
Si j’allais me livrer à quelques accouplements
Monstrueux… Je sentais venir par moment,
Regardant cette fille aux formes masculines,
Un besoin tout nouveau de choses libertines,
Des curiosités de plaisirs que l’on tait,
Et des frissons de femme à l’approche du mâle.
J’avais la gorge aride et mon cœur palpitait ;
Je me vis dans la glace et me trouvai très pâle ;
Ces malsaines ardeurs me troublaient malgré moi.
Elle but comme un homme et se grisa de même ;
Et puis jetant ses bras à mon cou – Viens, je t’aime,
Mon gros chéri, dit-elle, allons-nous en chez toi.


À peine fûmes-nous arrivés dans ma chambre,
Elle ouvrit ma culotte et caressa mon membre,
Puis se déshabilla très vite. Deux boutons
D’une chair noire et sèche indiquait ses tétons.
Elle était jaune, maigre, efflanquée et très haute.
Sa carcasse montrait les creux de chaque côte.
Pas de seins, pas de ventre – un homme, avec un trou.
Quand j’aperçus cela je me dressai debout ;
Mais elle m’étreignit sur sa poitrine nue,
Elle me terrassa d’une force inconnue,
Me jeta sur le dos d’un mouvement brutal,
M’enfourcha tout à coup comme on fait un cheval,
Et dans son vagin sec elle enserra ma pine.


Sa grande barbe noire ombrageait sa poitrine ;
Son masque grimaçait d’une étrange façon ;
Et je crus que j’étais baisé par un garçon !…


Rapide, l’œil brillant, acharnée et féroce,
Elle allait, elle allait, me secouant très fort.
Elle m’inocula sa jouissance atroce
Qui me crispa les os comme un spasme de mort ;
Et puis tordue, avec des bonds d’épileptique,
Sur ma bouche colla sa gueule de sapeur
D’où je sentis venir une chaude vapeur
De genièvre, mêlée au parfum d’une chique.
Pâmée, elle frottait sa barbe sur mon cou,
Puis soudain redressant sa grande échine maigre,
Elle se releva, disant d’une voix aigre,
- Nom de Dieu, que je viens de tirer un bon coup !


Guy de Maupassant
in Parnasse Satyrique




La femme à barbe



Entrez dans mon établissement
Vous n'trouverez pas dans toute la foire
Un phénomène plus surprenant
Que c'te barbe qui fait ma gloire
Vous pouvez toucher n'craignez rien
Ça n'vous restera pas dans la main
Touchez voyez qu'c'est pas des frimes
Et ça n'vous coûte que dix centimes

{Refrain:}
Entrez bonnes d'enfants et soldats
Tâchez moyen d'faire ployer c'bras
On ferait plutôt ployer un arb'
C'est moi qu'je suis la femme à barbe
C'est moi qu'je suis la femme à barbe

Quand j'vins au monde on reconnut
Que j'serais l'honneur de la famille
Jusqu'ici l'on n'avait pas vu
De barbe au menton d'une fille
En m'gratifiant de c't agrément
L'ciel m'a fait un fier boniment
Avec ça je n'suis pas feignante
J'soulève des poids d'trois cent cinquante

{au Refrain}

J'trouve qu'au sujet de c't ornement
Les hommes ont âme un peu trop fière
J'n'suis qu'une femme et cependant
Moi j'en vaux six d'mandez à Pierre
Pierre l'hercule d'en face un agneau
Qu'est jaloux d'moi comme un taureau
Aussitôt qu'un civil me lorgne
Ah nom d'un chien comme y vous l'cogne

{au Refrain}

Les sergents de la garnison
Me font parfois la galanterie
D'm'offrir un canon sans façon
Mais j'vas pas avec l'infanterie
On a d'la barbe mais d'la pudeur
J'suis une femme et pas un sapeur
J'plains celui qu'aurait l'impudence
D'pas respecter ma corpulence

{Refrain:}
Entrez bonnes d'enfants et soldats
Les hommes grêlés ne paieront pas
C'est pas d'la chair mais c'est du marb'
C'est moi qu'je suis la femme à barbe
C'est moi qu'je suis la femme à barbe



Paroles d'Elie Frébault - Musique de Paul Blaquière 1935
chantée par Mademoiselle Thérésa aux Concerts de l'Alcazar.

Déclaration des citoyennes publiques



Déclaration des droits des citoyennes du Palais Royal
(haut lieu de la prostitution parisienne sous l´Ancien Régime)

Septembre 1789

Les citoyennes du Palais Royal constituées en Assemblée souveraine et législative (en effet, ne font elles pas la loi aux hommes ?), considérant que l'Assemblée nationale de Versailles acharnée à extirper les abus de toute espèce, et surtout étant sur le point de supprimer les moines, peut bien juger à propos de supprimer les filles, arrêtent et décrètent les articles suivants:

I. Les femmes naissent égales aux hommes et libres comme eux. Si elles naissent libres, elles doivent rester libres jusqu'à leur dernier soupir.

II. La liberté entraîne la propriété de sa personne. Elles peuvent donc faire de leur personne ce qu'elles jugent à propos.

III. Les hommes étant déclarés libres par l'Assemblée nationale, ils peuvent conséquemment faire à peu près ce qu'ils veulent, pourvu toutefois que leurs actions ne soient point contraires à la loi, qu'ils ne troublent point l'ordre établi et ne nuisent à personne : s'il est libre aux hommes d'aller chez les femmes, il doit être libre aux femmes de les recevoir.

IV. Les citoyennes du Palais Royal pourront à l'avenir, comme elles l'ont fait par le passé, se promener dans toute l'étendue du jardin, aller, venir, étaler leurs grâces, dévoiler leurs appâts aux yeux des hommes qui les convoitent, et cela sans causer de scandale, bouder les uns, agacer les autres, et aller souper avec tout le monde.

V. L'Assemblée nationale ayant aboli les jurandes et maîtrises, l'Assemblée législative des citoyennes du Palais Royal abolit pareillement les rétributions qu'elles ont été obligées de payer jusqu'ici à la police.

VI. Dès qu'une femme publique devenue particulière aura trouvé un homme qui l'entretiendra d'une manière sinon fastueuse, du moins honnête, elle ne pourra avoir un second amant, à moins que ce soit par amour et non par avarice. La pluralité des bénéfices est défendue lorsque le revenu de ces bénéfices excédera la somme de 1500 livres.

VII. On ne peut ni commander ni défendre l'amour ; mais la loi peut restreindre un commerce de plaisirs où l'attrait de la fortune à la fois, et de la volupté, entraîne les femmes de tous les rangs et de toutes les classes.

VIII. Toute citoyenne, aux restrictions près que peut y apporter la loi, a le droit d'exposer ses appâts partout où bon lui semble, d'acquérir des grâces, de trafiquer de ses charmes, de faire un commerce aussi agréable que lucratif, et d'employer ses facultés et ses talents à ses plaisirs et à sa fortune.

IX. Ainsi, libre dans sa personne, elle peut se vendre ou se donner à celui qui lui plaît davantage ou qui paie le mieux.

X. Ainsi, libre dans ses actions, elle peut aller courir, souper, coucher chez qui lui plaît, faire son commerce dans tel quartier de Paris, dans telle ville du royaume qu'elle voudra.

XI. Si les femmes sont nées égales aux hommes, elles sont à plus forte raison égales entre elles. Ainsi le préjugé qui les avilit n'existera plus désormais, nulle profession agréable ou utile n'emportera dérogeance.

XII. Tous les citoyens de quel rang, de quel sexe qu'ils soient, sont donc égaux. L'égalité civile consiste à n'être soumis qu'à la loi, et à pouvoir
également réclamer sa protection.

XIII. Comme les citoyennes du Palais Royal tiennent leur bien du public, elles contribueront aux charges publiques en raison de leur fortune actuelle.

XIV. La loi est l'expression de la volonté générale; nul ne peut faire ce qu'elle défend, ni être forcé de faire ce qu'elle n'ordonne pas. Ainsi toute femme publique étant libre d'exercer sa profession, est libre aussi de la quitter, sans qu'aucun homme ait le droit de la forcer à se rendre à ses désirs.

XV. Mais la loi ne peut être juste et bonne qu'autant qu'elle est faite à l'avantage de la société, sans contrarier la nature; la loi doit donc protéger une profession où mène le voeu de la nature, et qui est aussi utile qu'agréable à la société.

L'Assemblée, après avoir entendu la lecture, voulut qu'on discutât les différents articles. Alors Mademoiselle A... se leva et attaqua vivement l'article VI. Mademoiselle A... est entretenue par un F... et un riche B... de la rue Saint Honoré. Elle était intéressée à l'article et elle voulait le faire supprimer ou du moins l'adoucir par des amendements. On alla aux voix, et l'article resta tel qu'il était.

Mademoiselle R... voulut qu'on ajoutât à l'article VII, la défense aux femmes mariées d'empiéter sur le commerce des femmes publiques; mais après bien des débats il fut décidé qu'on laisserait ce soin à la puissance exécutrice des maris.

L'article XIII a été le sujet de beaucoup de débats. Ce n'est pas qu'aucun des honorables membres refusât de contribuer aux impositions communes; mais serait il facile d'apprécier au juste les revenus annuels de chacun? le champ de la galanterie a ses bonnes et ses mauvaises années. Quel impôt asseoir sur une fortune aussi précaire et aussi fugitive? On discuta longtemps, et après bien des débats, on décida que l'impôt serait réglé sur le ton, l'élégance, le costume et les ameublements de la personne.

Divers autres articles furent soumis à un examen aussi sévère; mais ils obtinrent enfin la pluralité des voix, et ils furent aussitôt décrétés en ces mots.

L'Assemblée reconnaît et déclare les droits ci dessus des citoyennes du Palais Royal, et les met sous la sauvegarde des lois et de la nation. Elle lance toutes les foudres de sa colère sur ceux qui voudraient y porter atteinte, et déclare ne reconnaître aucun veto qui pût les anéantir.